Schiava

Parlare di Schiava significa parlare di uno dei vitigni più citati nella letteratura di genere fin dal Medioevo, quindi una lunghissima tradizione. Due le ipotesi legate all’etimologia. La prima fa riferimento al tipo di coltivazione, visto che il termine potrebbe derivare da “sclave” (Schiave), sottintendendo quei vitigni che necessitavano di un sostegno (spesso alberi di melograno) in contrapposizione a tipologie “maggiori”, marocche o altane (alte).

Altra ipotesi è quella che vuole questo vitigno prendere il nome dal luogo di probabile origine, slava, quindi, da Slavonia, regione tra la Sava e la Drava. Da qui, grazie ai Longobardi o agli Unni (forse non è un caso che in passato venisse chiamato Heunisch), il vitigno sarebbe giunto nel nord dell’Italia. Lo Schiava è conosciuto anche col nome tedesco Vernatsch, che dovrebbe derivare dal latino vernacolus (specifico di un determinato luogo). Numerosi i sinonimi, molti persi nel tempo. In passato presente in due varianti, bianca e nera, la prima ha perso il confronto con la seconda, sparendo. Ceppi diversi, assolutamente autonomi, , seppure portatori di un nome identico, sono diffusi in Trentino e Friuli: Schiava Gentile, Schiava Grigia, Schiava Grossa (ne parleremo altrove).

Lo Schiava è diffuso principalmente in Trentino Alto Adige, Veneto e Lombardia. Si presta a vini molto scuri e saporiti in Alto Adige, mentre in Trentino una diversa lavorazione dell’uva ci restituisce un vino più leggero. Caratteristica generale è la presenza di profumi fragranti e fruttati, con note di viola e mandorla, vini da gustare giovani e solo in alcuni casi sporadici, adatti a invecchiamenti maggiori.

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