Schiava

Parlare di Schiava significa parlare di uno dei vitigni più citati nella letteratura di genere fin dal Medioevo, quindi una lunghissima tradizione. Due le ipotesi legate all’etimologia. La prima fa riferimento al tipo di coltivazione, visto che il termine potrebbe derivare da “sclave” (Schiave), sottintendendo quei vitigni che necessitavano di un sostegno (spesso alberi di melograno) in contrapposizione a tipologie “maggiori”, marocche o altane (alte).

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Molto spesso, quando iniziamo una dieta dimagrante, capita che tra le prime negazioni che ci vengono imposte ci siano i prodotti alcolici. In effetti l’uva è un frutto ad alta concentrazione zuccherina ed è proprio la fermentazione degli zuccheri a restituirci l’alcol. Proprio per questo motivo le calorie sono strettamente legate al valore alcolico di quanto si beve.

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Ogni tanto è giusto che a far parlare sia non tanto la qualità del prodotto, ma il fine che questo si prefigge. E così ci fa piacere riportare la notizia che a New York, il celebre atleta di football Bill O’Brien (il quale conta addirittura 45 milioni di follower su Instagram) ha battuto all’astra una bottiglia di prosecco decorata da ragazzi con la sindrome di down della fondazione Fondazione Down Dadi di Padova. La cifra è notevole: 4500 dollari.

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Lambrusco

Il Lambrusco è un vitigno molto antico e per risalire alle origini del nome, per cercare di capire chi furono i primi a chiamarlo così dobbiamo tornare indietro al tempo degli Etruschi. Però le testimonianze sono scarse e le prime vere attestazioni ci arrivano solo nel II sec. a.C. grazie a Catone, che nel suo De Agricoltura nomina una vite selvatica dal nome di Labrusca. E non è il solo, perché con lui ci arrivano anche attestazioni di personaggi di spicco quali Varrone e Plinio il Vecchio.

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In Italia, lo sappiamo, i vini prestigiosi non mancano, ma fa sempre piacere quando dall’altro capo del mondo notano che la qualità non si limita ai soliti nomi noti. Barolo, Amarone della Valpolicella, Brunello di Montalcino e da quest’anno, per la rivista americana Forbes a questa grandiosa lista si aggiunge anche il Taurasi, perché “non solo offre una qualità eccezionale, ma può invecchiare con grazia per decenni”. Insomma, la DOCG irpina ha saputo farsi largo e si è guadagnata un meritatissimo posto nell’Olimpo dei vini italiani. L’attenzione al vino avellinese è merito di Tom Hyland, considerato un ambasciatore dei vini italiani in USA.

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Ogni annata è una storia a parte. Si chiude un capitolo e se ne apre un altro. E il mondo del vino è questo, sempre diverso, ma sempre con la speranza che tutto fili liscio. E il 2018, in Veneto, sembra portare buone nuove, nonostante un piccolo ritardo (di pochi giorni) nella fioritura, che però, complice il clima, è ampiamente recuperato tanto da far immaginare una vendemmia addirittura anticipata rispetto al 2017. 

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